SUPERCALIFRAGILISTICHEEE???

mary poppinsLa nostra lingua è davvero meravigliosa. Non solo,ma è anche una lingua estremamente ricca. Non è facile farsi un’idea precisa del numero di parole che effettivamente la compongono, ma – indicativamente – basti pensare che i dizionari più diffusi, se non vado errata, elencano circa 130-140 mila lemmi. Tuttavia, vale la pena di ricordare che alcune forme di linguaggio estremamente tecnico non vengono proprio contemplate, se non in dizionari specializzati.

Ma quanti di noi sanno padroneggiare con disinvoltura la lingua di Dante? Insomma, l’italiano è composto da parole come cane, mano e fuoco, ma anche da altre come maramaldo (attenzione bene, non Maramao…quello è morto nonostante il pane, il vin e l’insalata nell’orto), plutocrazia (che nulla ha a che vedere con il personaggio di disneyana memoria) e tanghero (che con il ballo Argentino non c’azzecca niente).

Ora, se potessimo fermarci qui forse potremmo ancora salvare un discreto numero di persone. Ma se a questo gruppo di paroloni aggiungiamo i neologismi, possibilmente di derivazione straniera, allora i rimandati – se non addirittura bocciati – non si contano più. Sono disposta al massimo a chiudere un occhio per quelle generazioni che hanno ormai evidenti difficoltà a stare al passo tempi, quelle che di fronte ai customer care e ai front-office impallidiscono visibilmente o che quando vengono importunati durante il pisolino pomeridiano dall’indefesso centralinista del call center che gli vuole proporre una tariffa  flat, ovvero all inclusive, cioè a forfait, per avere il wi-fi per chattare sui social network, week end inclusi, rimpiangono amaramente i tempi di “Non è mai troppo tardi” di Alberto Manzi. Poi ci sono quelli che ai tempi di Manzi non erano nemmeno nati, ma che nonostante tutto (giuro, li ho sentiti io stessa!!) la mattina fanno colazione con yogu e corn –flesh, mentre per cena preferiscono un più gustoso gordon –bleu e, visti gli strafoghi culinari, si tengono in forma praticando king-box e acqua gin ( così rimangono tonic?).

A queste categorie, poi, vanno aggiunti tutti quei termini dialettali di uso comune che qualcuno non sa nemmeno che di italiano non si tratta: a Bologna si fa a buttare il rusco, a Venezia le scoasse, a Pavia il rudo e a Roma la monnezza.

Infine, per chi non ne avesse ancora abbastanza, il nostro quotidiano è una costellazione infinita di acronimi che solo i massimi campioni di rebus riescono a decifrare: U.R.P.; A.S.L (già U.S.L); C.U.P.; I.V.A; I.R.P.E.F.; I.M.U.; Z.T.L. e così via; tutte sigle, tra l’altro, che hanno a che fare con i nostri bisogni e/o doveri più spiccioli – dall’andare dal medico al pagare le tasse – e con i quali quindi, volenti o nolenti, dobbiamo familiarizzare.

Che fare quindi? Per quanto mi riguarda, lo chiederei volentieri ad Alberto Manzi, ma è passato a miglior vita diversi anni fa; quindi ho pensato a quello che mi direbbe un’altra maestra, una un pò bacchettona e presuntuosella, ma che secondo me aveva davvero ragione:

 Supercalifragilistichespiralidoso,anche se a sentirlo può sembrarti spaventoso, se lo dici forte avrai un successo strepitoso, supercalifragilistichespiralidoso!

 Ahhh Mary Poppins, “praticamente perfetta sotto ogni aspetto”! 😉

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