C’ERAVAMO TANTO AMATI – UN CINICO RESOCONTO

Di solito, cominciano così, un giorno – per caso – quando meno se lo aspettano: si incontrano, si sbirciano, si piacciono, ma non se lo dicono: comincia la danza della seduzione. Lei, spalle scoperte, gambe accavallate, china il capo di lato; voluttuosa, giochicchia con i capelli, si tocca il collo, lo guarda languida. Lui, di contro, la studia; gonfia il petto, le gira attorno, si toglie la giacca. Tira su le maniche della camicia, toglie la cravatta e, con fare sornione, le offre da bere, se più audace, la cena. Benedetti dal vino, scatta la complicità; quei lunghi, silenziosi sguardi che parlano una lingua conosciuta solo a loro. I corpi reagiscono uno all’altro, spontaneamente, come se lo avessero sempre fatto, senza sforzo alcuno. E’ un attimo: click! L’aggancio è saldo, le due anime si innamorano! La vita ti sorride, tu le sorridi di rimando, perché così deve essere! La passione sembra insaziabile, il desiderio l’uno dell’altro inappagabile. Ne vogliono di più, lo vogliono subito! Vanno a convivere. Cercano casa, cominciano le prime simpatiche incomprensioni: no, no! Senza un terrazzino dove fare colazione lei proprio non può stare! Eh, ma lui come fa senza uno spazio tutto suo, dove poter lavorare?! “ Ti prego no, dai, non litighiamo per queste sciocchezze tesoro! Va bene, meglio la stanza in più che il terrazzino, che poi sarebbe anche da pulire”, dice lei con arrendevole amorevolezza! Sistemano i mobili, imbiancano le pareti, fantasticano sul roseo futuro che già scorgono all’orizzonte. Fanno l’amore, condividono una sigaretta, fantasticano sul nome dei figli. Poi l’affacciarsi delle prime liti, delle prime grandi incomprensioni. Lei che vuole dei figli, lui che non si sente pronto; lei che lo accusa di non voler crescere, lui di avere una famiglia troppo invadente. Lei che si impone, lui che scappa. “Avrei tanto voluto avere un terrazzino!”, sbotta lei una sera. Poi, quasi in sordina, arriva l’incomunicabilità che stravolge. Già, perché proprio loro che non avevano bisogno di parole, gesti, ma solo sguardi e sospiri, ora faticano a riconoscersi. La solitudine della coppia; sentirsi soli perché l’unità si è sfaldata e si è tornati ad essere “io”, dopo la comunione del “noi”. “Io” e “Te”. “Io” che voglio essere “io” e “tu” che vuoi essere “tu”. Ed è a quel punto che, riacquisita la propria individualità o imparano ad essere “io e te” o imparano a dirsi addio. “Pensavo fosse amore, invece era un calesse”, avrebbe detto Massimo Troisi. Chi di voi ha imparato a coniugare il proprio “io” con il suo “tu”? Chi di voi ha imparato a farlo nel rispetto di sé stesso e dell’altro? Chi di voi pensava fosse amore ed ha avuto ragione?

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2 risposte a C’ERAVAMO TANTO AMATI – UN CINICO RESOCONTO

  1. giacani ha detto:

    Chi potrà mai essere certo di risponderti in un modo o in un altro? Anzi, ti dirò di più…dall’alto (!?!) di una lunga convivenza, penso proprio che sia sempre meglio lasciare questa domanda in sospeso, senza dare nulla di certo e di scontato, cercando ogni giorno di far diventare amore quel calesse!!!

  2. Mongi ha detto:

    🙂 , grazie!

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