Buon viaggio

“Quanti anni hai, Monica?”, mi chiese al termine del nostro primo incontro.

“26”. Pausa.

“Ne ho 26”, ripetei quasi per confermare a me stessa quel numero. Mi era servito un discreto sforzo di calcolo per rispondere. In quel momento, per me, tutto era vuoto, distorto e i miei anni mi sembravano un’ottantina, forse di più.

“Bene”, disse risoluta. “Direi che cominciamo lunedì”.

Rimasi ammutolita un istante, con il vago senso di colpa di aver commesso uno sbaglio.

“Aspetta, Mirella, forse non mi sono spiegata bene”, le dissi fissandola con enorme imbarazzo. “Come ti ho detto a inizio seduta io sono venuta qui perché pensavo che …non lo so cosa pensavo, magari due chiacchiere mi avrebbero fatto bene, ma io…io davvero non so come pagarti”.

“Non ti preoccupare dei soldi”, rispose senza scomporsi. “Quelli me li darai quando ce li avrai. Per ora dammi quello che puoi darmi e magari in cambio puoi farmi qualche ripetizione di arabo. Ho sempre voluto impararlo!”.

L’arabo, io, non gliel’ho mai insegnato. Lei invece mi ha teso la sua mano evitandomi il burrone; Insegnandomi che il fango, quando comincia ad asciugare un poco, diventa una materia estremamente malleabile, molto più della solida terra, e che nelle nostre mani può essere plasmato, diventando qualsiasi cosa noi vogliamo diventi. Negli anni era entrata nel mio profondo quotidiano, condividendo il torbido, più in seguito le gioie. Una volta a settimana, tutte le settimane. Prima di lunedì, poi di venerdì. E così il tempo ha creato quell’intimità che abbatte ogni muro e, a quel punto, alla fine di ogni seduta ci accendevamo una sigaretta. Io, spesso, con le lacrime che ancora mi inondavano il viso. Lei, con lo sguardo complice di chi conosce il dolore e proprio per questo ha saputo nella vita lenirlo così bene da farne non tanto, o non solo, una professione, quanto una vocazione.

Quando il dolore mi sembrava insostenibile, le scrivevo lunghe mail notturne. Le scrivevo sogni, pensieri. Quando le mie gambe hanno cominciato a sentirsi più salde, le sedute si sono diradate. Prima una volta ogni due settimane, poi ogni tre, poi una volta al mese. Fino a quando l’analisi si è conclusa. Le dissi: “Ma se vacillo posso chiamarti?”. “Certamente”, mi rispose. “Facciamo una terapia on demand, come sky!”.

Negli ultimi anni la confidenza aveva sciolto ogni ruolo e per me lei era semplicemente un’amica, alla bisogna la mia amica-analista.

Cosa si scrive o dice per commemorare una persona che ti ha cambiato la vita? Vorrei poter scrivere molto di più, davvero. Ma in questo momento ogni parola mi sembra insufficiente, spoglia, inadeguata. Lo dico senza retorica. Lo dico con il dolore di chi ha perso un faro, di chi ha perso una persona cara.

“Dovresti scrivere”, mi disse un giorno. E anche così aprii questo blog.

Buon viaggio amica mia, grazie!

 

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